Dicono di noi


Il deserto dei Tartari

«Trasformare una delle pagine più amate della letteratura italiana del Novecento in un piccolo gioiello teatrale di valore universale. Ecco ciò che è riuscito a fare Massimo Roberto Beato con questo suo adattamento de Il deserto dei tartari, così ben riuscito che più che una riduzione sembra in effetti il suo opposto, ossia un ampliamento. […] La disarmante insensatezza kafkiana viene mescolata con abilità alla sognante irrealtà caratteristica di alcune pagine di Shakespeare, in un discorso ininterrotto sull’esistenza che il testo affronta con incredibile fluidità, in alcuni punti persino con gradevoli punte di ironia. […] Come riescano i tre attori a trasmettere tutto questo e tanto altro in uno spazio così essenziale e con il solo ausilio della propria recitazione è un mistero che si scioglie solo nell’applauso entusiasta della sala».

Maurilio Di Stefano. Il Foyer

D’annunzio Mondano

«Massimo Roberto Beato porta in scena un D’Annunzio compiaciuto, magnetico e appassionato; ma non da meno sono le figure interpretate da Elisa Rocca, Alberto Melone e Sofia Chiappini, quest’ultima particolarmente abile nel muoversi con disinvoltura dal ruolo di seducente Venere a quello di ingenua e non troppo sveglia fanciulla della vecchia aristocrazia romana.
Opera caleidoscopica, divertente e sorprendente, D’Annunzio mondano ha il merito di saper condurre lo spettatore con il giusto tocco di ironia in una realtà decadente fatta di passioni, tradimenti, pizzi e damaschi, gettando però al contempo un acuto sguardo sul nostro presente in cui, a ben vedere, sopravvivono gli stessi vizi e le medesime ipocrisie».

Francesco Biselli. Recensito

«Un testo dunque attuale al di là del periodo storico in cui è inquadrato – cifra distintiva questa anche di altri lavori di Maricla Boggio – insaporito da una performance attoriale veloce, variopinta, variegata, sopra le righe di quel tanto che basta a garantire il divertimento del pubblico in sala».

Maurilio Di Stefano. Il Foyer

La cena

«Nel doppio ruolo di Nadežda e di Osip – la cui presenza in scena è espressa unicamente da una voce fuori campo – Giovanni Greco mette in piedi uno spettacolo di indiscusso fascino, evoca efficaci suggestioni e conduce il pubblico in un viaggio a ritroso che rende omaggio sia al poeta e alla bellezza intrinseca dei suoi componimenti sia alla moglie, la cui sfaccettata figura genera un interesse particolare per il compito svolto come prezioso tramite tra passato, presente e futuro e per il suo ammirevole spirito di abnegazione, frutto di un legame sentimentale con il marito così radicato da manifestare, a tratti, un carattere quasi ossessivo. […]Uno spettacolo di grande spessore, tutto da assaporare, che si interroga sulla funzione e sull’importanza della memoria – individuale prima ancora che collettiva – e che può inoltre rappresentare un ottimo punto di partenza per scoprire la poesia di un autore che merita certamente di essere ricordato».

Francesco Biselli. Recensito

Il mistero della camera gialla

«Come in una scatola cinese i quattro indiavolati entrano ed escono dagli esigui spazi dilatandoli con le loro battute convulse, lampeggianti, esangui, lasciando fino alla fine in sospeso lo stordito spettatore e i bambini che si divertono un mondo ad avere paura alle urla, ai tuoni, ai fulmini da tregenda dello spettacolo che, come nelle favole, ha una felice conclusione, che naturalmente non si deve svelare lasciando a chi legge il gusto di andare ad assistere alla rappresentazione».

Maricla Boggio. Critica teatrale

«Lo Spazio 18 b ha tutte le caratteristiche per essere definito “teatro off”[…] ospita un numero scelto di persone, sia come pubblico sia come attori; ha una divisione degli spazi assolutamente innovativa che permette una esperienza immersiva, non solo visuale ma quasi sinestesica; infine gode di una programmazione del tutto inusuale e inaspettata».

Emiliano Metalli. La Nouvelle Vague Magazine

La morsa

«Rimane incisivo ed appassionante il testo di Pirandello e Jacopo Bezzi ci regala un respiro contemporaneo di lettura dell’epilogo: anziché lo sparo finale che si sente echeggiare nel dramma pirandelliano, in quella stessa scena si abbassa la luce di una lampadina, che può essere fedele all’interpretazione descritta dall’autore, ma anche al simbolico significato della chiusura di una storia sofferta e contrastata, per continuare una vita in maniera più consapevole e matura. […] Molto interessante, quindi, tutto l’insieme e la sinergia empatica della Compagnia dei Masnadieri, va di pari passo con l’atmosfera positiva di un locale intimo e godibile come il Teatro Spazio 18 B, che con la sua personalità accogliente mette lo spettatore di fronte ad una rappresentazione fruibile quasi come in un salotto privato».

Paola Proietti. Il gufetto

Max&Max

«La bravura con cui i due attori-registi, guidati dall’attore-regista Bezzi è presto rivelata dal fatto che i due, sullo stile rimodernato di un duetto alla Ginger Rogers-Fred Astaire, da anni vanno portando in giro, nei luoghi più disparati, questo loro spettacolo».

Maricla Boggio. Critica teatrale